mercoledì 22 marzo 2017

SOCIAL, “GENERAZIONE Z” AL BIVIO

Basta un clic del mouse del nostro computer o accarezzare con i polpastrelli lo schermo touchscreen del nostro iPad, iPhone o smartphone per spostarci da un punto all’altro del pianeta. È il nomadismo dell’era della comunicazione e dell’informazione i cui effetti hanno già avviato una mutazione antropologica. La nostra vita reale, infatti, è obbligata a ricorrere alla mediazione dei social network. Le moderne tecnologie sono di grande aiuto sia nelle relazioni umane, sia nel mondo del lavoro, degli affari, nella valorizzazione dei territori e, soprattutto, negli scambi commerciali e nella soddisfazione di bisogni immediati. L’uomo postmoderno si porta dietro il mondo: in tasca o nel palmo di una mano e lo fa girare a suo piacimento attraverso la versatilità delle applicazioni (App) di cui dispone il dispositivo tecnologico in suo possesso. Man mano che prendiamo confidenza con gli strumenti del comunicare le nostre connessioni diventano sempre più lunghe: le statistiche indicano una media di 6/7 ore giornaliere. Da una decina di anni a questa parte la nostra vita reale è costretta a fare i conti con la virtualità che provoca delle vere e proprie patologie che influiscono profondamente sulle relazioni interpersonali. Le dipendenze virtuali stanno aumentando esponenzialmente con nuove classificazioni patologiche che condizionano le relazioni sociali, la salute psicofisica delle persone e finanche la situazione economica del singolo e delle famiglie.
Come in tutte le dipendenze, quella da social riguarda persone che presentano delle fragilità emotive di base: difficoltà psicologiche, stati d’ansia, disturbi ossessivi – compulsivi, depressione.  Lo smartphone è come la lampada di Aladino: soddisfa qualsiasi desiderio, anche rispetto alla durata della connessione, ma riduce la nostra capacità di percepire i rischi. Il prolungato accesso alla rete telematica, ad esempio con la mediazione dello smartphone, ci trasferisce in uno stato di onnipotenza, virtuale e non reale, che si manifesta, in prevalenza. nei soggetti che presentano una fragilità emotiva di base. In queste persone l’uso dei social viene vissuto come l’occasione per esorcizzare le problematiche relazionali o il tentativo di evadere dalla sofferenza emotiva. 
L’intossicazione digitale ci fa entrare in una bolla che estranea dalla realtà. E così capita a molti di sentirsi persi se il mondo che si portano dietro, per assenza di campo, per una batteria scarica o bruciata, si trovano improvvisamente offline. Uno stato ansioso che gli esperti chiamano nomofobia. Altra categoria di intossicati digitali, quella degli hikikomori (i ritirati sociali), vede protagonisti adolescenti, giovani, adulti, anziani, che si rifugiano nel web isolandosi dal mondo reale. Recentemente, però, c’è una maggiore consapevolezza sui rischi di uno stato esagerato di connessione. Un segnale che parte dalla generazione Z che ha deciso di non vivere di social, o solo di social.

Antonio Latella

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