venerdì 10 marzo 2017

LA TECNOLOGIA SPACCA IN DUE LA MUSICA: O E' LIQUIDA O E' ANALOGICA

La tecnologia ha cambiato il nostro modo di ascoltare, vedere e anche di immaginare. Il web ha rivoluzionato la politica e il mercato dell’informazione, rimodellando le vecchie abitudini e costringendo le aziende a rivedere le proprie scelte per sopravvivere.
Non esiste settore che non sia stato travolto da questa ondata, che non abbia dovuto fare i conti con questo fenomeno economico, sociale e culturale. Compreso quello della musica e della discografia. La grande corsa al negozio di dischi vicino casa per comperare l’ultimo album dell’artista preferito è finita da un pezzo. Fatta eccezione per i grandi store, i locali specializzati nella vendita dei prodotti musicali, di città in città, si contano sulle dita di una mano. Non si vendono più dischi. Oggi la musica è gratuita, accessibile e immediata. Sul pc, sullo smartphone, attraverso le piattaforme streaming capaci di riprodurre l’universo musicale degli ultimi 70-80 anni.

Una realtà assodata alla quale il mercato discografico e gli artisti sono andati incontro senza soluzione di continuità. Spotify, piattaforma streaming, è l’emblema di questa new era per la musica. Nel 2015 l’azienda svedese ha fatturato 1,95 miliardi di euro, grazie ad abbonamenti (in larga parte) e pubblicità. Ma la maggior parte delle entrate sono finiti direttamente nelle case delle etichette musicali. Spotify nel corso del 2015 ha pagato, infatti, circa 1,63 miliardi di dollari alle case discografiche (+85% rispetto al 2014).
Lo streaming primeggia anche sul download, con 45 miliardi di canzoni ascoltate in rete. Secondo i dati della British Phonographic Industry, nel 2016 i download hanno subito un calo di quasi il 30% con 18 milioni di copie digitali scaricate.
Nel mercato odierno, però, non esiste solo la musica digitale o meglio "liquida". Se il Cd-rom viene progressivamente mandato in soffitta (-11,7 % nel 2016), il vinile in questi ultimi anni si sta riprendendo la sua rivincita. I dati forniti dalla discografia inglese, che fa un po’ da cartina di tornasole per la situazione europea, sono sorprendenti: le vendite hanno registrato un +53% e soltanto nel Regno Unito nell’anno appena trascorso sono stati venduti 3,2 milioni di vinili. Un risultato che non si vedeva dal 1991.

Come spiegare la rinascita dei 33, 45 e 77 giri? Se il digitale è il fast-food dell’ascolto musicale, l’analogico è la prenotazione al ristorante e la cena con vista mare. Sempre più persone, soprattutto (e paradossalmente) le giovani generazioni, si avvinano alla fisicità della musica rappresentata dal vinile, riconoscendone il valore estetico (a partire dalla copertina di un Lp) e sostanziale. Sempre più frequenti sono anche le esplorazioni nei mercatini, alla ricerca del “pezzo raro”. Un compact disc non può essere differente da un altro. Il vinile, invece, sì: una prima stampa, una ristampa anni ’80, pressata in Olanda o negli States. Con l’acquisto del vinile, l’ascoltatore è alla ricerca dell’originalità. Ma mettendo da parte considerazioni che potrebbero rientrare nel campo del collezionismo, chi sceglie l’analogico punta in primo luogo ad un’altra qualità del suono, sicuramente più caldo e meno compresso.
E, poi, alla fine di tutto, c’è il giradischi, la puntina e il disco sul piatto. Un rituale che non ha niente a che vedere con il click e che prepara all'ascolto chi lo compie.
E' quindi l'originalità a resistere alla legge del progresso. L'unicità. A testimoniarlo, la crescita di partecipazione (e del costo dei biglietti) dei concerti, sempre più veri e propri eventi. 

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